
Questi riflettori fanno troppa luce, non riesco a vedere chi c’è tra il pubblico, guardo dietro le quinte gli amici che mi incoraggiano e do avvio alla mia rappresentazione teatrale. Mi sento importante, sono al centro della scena e tutti ascoltano le mie parole e osservano i miei gesti. Poi mi ritrovo improvvisamente nel pubblico, cambia la luce, il riflettore punta sempre verso quella parte di me impegnata a dare vita a quella scena. Mi vedo criticamente da fuori e osservo attentamente le mie espressioni facciali, la mia postura e memorizzo ogni movimento e parola per poter fornire suggerimenti a me stessa per la prossima interazione teatrale. Decido di terminare la conversazione, sento gli applausi di un pubblico immaginario, sorrido come le regole drammaturgiche suggeriscono e mi dileguo dal palco con un semplice saluto: “Ciao!” e anche per oggi ho fatto la mia parte…
Siamo esseri costantemente in divenire, nuvole incolori che vagabondano di città in città, di collina in collina per sperimentarci nuovamente diversi. Non abbiamo più lo stesso identico sé di un anno fa, ma un altro se stesso. Nella nostra vita vi è un susseguirsi di sé, quasi un succedersi di persone diverse, è incredibile! Per questo motivo cambiamo gusti e amicizie, d’altronde cambiamo le cellule del nostro corpo di continuo. Eppure ci sentiamo sempre noi stessi, diversi, ma noi stessi. La percezione di costanza e coerenza è un’operazione che la mente attua retrospettivamente, cercando un senso a tutte le azioni passate, attribuendole ad un singolo individuo che in realtà cambia continuamente.
Non solo, ma abbiamo contemporaneamente una molteplicità di sé a nostra disposizione per adattarci meglio ai diversi contesti interattivi.
Secondo il relativismo estremo noi siamo costituiti da molteplici sé e diventa quindi impossibile stabilire chi siamo con certezza. Secondo il costruzionismo, invece, l’individuo è costituito da una pluralità di sé, che non possono essere inscenati tutti nello stesso momento. In un determinato contesto, nel quale prevalgono delle specifiche norme di condotta, circondato da quelle persone, l’individuo decide di rappresentare quella parte di sé più adatta alla situazione. Ad esempio l’individuo che si reca al supermercato, può far prevalere un Sé un pò serio e solitario: non saluta le persone che incontra, assume un’espressione seria e pensa solo di fare la spesa velocemente. Ad un concerto lo stesso individuo salta e canta e non mi sente a disagio perchè quello è il comportamento appropriato alla situazione, perciò emerge il Sé più allegro e divertente.
Il senso comune e la psicologia dei tratti considera gli individui come aventi delle caratteristiche di “personalità” relativamente costanti, capaci di spiegare la costanza nel tempo e nel modo di agire e reagire alle diverse situazioni. Questo è il senso comune, derivante dalle conoscenze che condividiamo con altri, in quanto appartenenti alla stessa società e cultura. Condividiamo la convinzione che le rappresentazioni di sé che scegliamo di mettere in azione, siano sempre autentiche e vadano prese sul serio dagli altri. Ci vuole un po’ di coraggio per pensarla in modo diverso!
Nella nostra cultura inoltre si distinguono le presentazioni di sé vere (sono me stessa) da quelle false (sto recitando, non sono me stessa). La persona può essere onesta o no, e quindi inscenare una rappresentazione in buona fede o in mala fede, come afferma Goffman ma è pur sempre una rappresentazione di sè e come tale una finzione, siamo come attori in un palcoscenico. Eppure gli attori sono così immersi nella loro recitazione e gli spettatori sono così convinti della recita, che entrambi scambiano la rappresentazione in un dato di fatto.
Molte persone, quando si sentono dire di non essere se stessi, o di aver recitato, possono sentirsi offesi perché ritengono di essere sempre, in ogni occasione, autenticamente se stessi. In realtà il sé che viene rappresentato è solo uno dei tanti sé, scelto tra il guardaroba di sé possibili segretamente custoditi. Poi la gente si stupisce e non si spiega come mai un ragazzo si rivela una persona gentile e altruista con i suoi amici, mentre egoista ed arrogante in famiglia. Quel ragazzo funziona in modo perfettamente adattativo poiché riesce a fare emergere, a seconda del contesto nel quale si trova, il sé che ritiene più opportuno o funzionale alla situazione.
Siamo costituiti da un mosaico di sé variopinto e non sempre conosciuto. Il fenomeno delle personalità multiple, alla fine, come sottolinea Salvini, ricalca un processo insito in ognuno di noi: il nostro essere frammentari e complessi. A volte capita di non sentirsi tutto d’un pezzo, proprio per la mancanza di integrazione tra le parti di sé, talora in aperto contrasto. Ma c’è una parte di noi costantemente impegnata a dare coerenza tra le nostre parti, cambiando i costrutti e quindi i pensieri, oppure cambiando le azioni che contraddicono il costrutto posseduto.
Goffman, con il suo approccio drammaturgico, considera la vita e il sociale come rappresentazioni teatrali. Secondo il sociologo, l’individuo in pochi secondi è in grado di alternare diversi sé. Il sé è un prodotto sociale, un effetto drammaturgico che si manifesta nel momento in cui una scena viene rappresentata. Il sé, come prodotto dei rituali dell’interazione è estremamente precario, subordinato alle parti che deve rappresentare. La parola persona, etimologicamente significa proprio maschera, indossiamo sempre delle maschere in quanto persone. Veniamo al mondo come individui, acquisiamo dei ruoli in base ai contesti, sappiamo quali parti recitare e diventiamo persone e quindi attori. L’attore mette in scena una rappresentazione di sé, cioè interpreta una parte che si traduce in un’azione. La rappresentazione comporta una facciata, l’equipaggiamento espressivo che l’individuo adotta intenzionalmente. La rappresentazione evoca un personaggio con un pubblico e un palcoscenico. L’attore controlla le impressioni della realtà che evoca negli altri e proietta una definizione della situazione.
Nel silenzio del proprio sistema simbolico e interpretativo, ognuno crea il proprio mondo fatto di ruoli pronti da impersonare: sappiamo come comportarci al lavoro, con gli amici, in chiesa, a passeggio, in negozio, in discoteca. Lo diamo per scontato, ma in realtà c’è un duro lavoro dietro le quinte per scrivere le parti più idonee ai contesti!
La malattia mentale si presenta quando il sé non vuole adeguarsi alle regole comuni e non sa recitare la sua parte sociale.
Secondo Goffman l’interazione sociale consiste nel dialogo fra due EQUIPES: l’equipes di attori che collaborano ad una rappresentazione e forniscono una definizione della situazione; l’equipes che costituisce il pubblico che attribuisce un particolare Sé ai personaggi della recita, servendosi degli elementi espressivi, ritualistici e cerimoniali emersi.
La società fornisce molti pubblici diversi nei quali ognuno trova un proprio ruolo e un diverso Sé.
Puoi essere contemporaneamente attore e spettatore di te stesso, puoi vederti da fuori mentre reciti la tua parte, puoi osservarti mentre vivi la tua vita, e imparare per il prossimo spettacolo!